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Photo: Riccardo Sepe Visconti Text: Emma Santo
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"Di cosa mi farà parlare"? Mi chiede il maestro Giorgio Albertazzi,
mentre aspettiamo che il "Riccardaccio" arrivi, seduti al fresco dell'air
conditioning nei saloni del Regina Isabella. "Perché le cose da
dire sono davvero tante. Forse le conviene farmi domande sul calcio", suggerisce,
lamentandosi per un caffè shakerato che per i suoi gusti è un
po' troppo caldo. Presa alla sprovvista, anche dall'attesa che mette a dura
prova la mia timidezza, abbozzo una risposta incompleta. "Parleremo di
teatro" - dico. In realtà so che le mie domande andranno oltre,
perché ce ne sono di cose da chiedere ad uno dei più grandi attori
italiani, nonché scrittore, regista ed eterno seduttore. Eppure all'inizio,
non riesco a dire molto più di questo. Finché non siamo pronti
per l'intervista. Ed è in quel momento che il 'mostro sacro' smette di
farmi paura. Chiacchieriamo per oltre un'ora, e scopro il suo volto affabile,
ironico, carismatico, quella dote che hanno in pochi di mettere a proprio agio
l'interlocutore, tanto che verrebbe voglia di parlarci per giorni interi. Un
grande narratore, il maestro Albertazzi ricorda tutto come se fosse appena successo,
sebbene confessi che persino un impeccabile osservatore come lui comincia ad
avere qualche lacuna. "Per esempio", dice, "parlando con mia
moglie Pia, non mi ricordavo come avesse i capelli la dottoressa che mi sta
curando il ginocchio qui, alle terme del Regina Isabella". E un po' gli
dispiace che gli anni passino. Anche se questo non fa che incrementare il numero
delle ammiratrici, che sono sempre più giovani. La sua arma segreta?
Beh, ce l'abbiamo sotto gli occhi. Anzi, è proprio dentro i suoi.
A quando risale il suo primo incontro con l'isola d'Ischia?
L'anno preciso non lo ricordo. Un'estate, Luchino Visconti mi invitò
alla Colombaia (ndr. La sua residenza estiva, oggi aperta al pubblico) ed ho
scoperto Ischia, che per me ha una caratteristica strana: non mi sembra un'isola,
ho sempre la sensazione di essere sulla terraferma. Da allora sono venuto spesso
qui, ho fatto "Shakespeare in jazz" a Villa Arbusto, insieme al pianista
Marco Di Gennaro e a Luisa Corna, poi mi sono esibito anche in altre occasioni,
nel 2005 sono stato a Serrara Fontana, anche se non ricordo cosa ho fatto quella
volta lì
Faccio tante cose
Com'è il suo rapporto con Ischia e con gli ischitani?
Con Ischia ho un rapporto sempre migliore. Intendiamoci: io conosco soprattutto
quest'albergo, il mare intorno perché giro in motoscafo, Franco Iacono
e la sua casa dove vado spesso, stasera ad esempio ceniamo da lui. Per quanto
riguarda gli ischitani, non ho tanti elementi per giudicarli, mi piacciono,
è gente autentica. Ecco, anche questa è una cosa strana: ho l'impressione
che sia gente di terra, non di mare. Perché mai avrò quest'idea
di Ischia
Forse perché è troppo grande?
Sì, forse è per questo
Però la Sicilia è enorme,
eppure l'idea di essere su un'isola ce l'ho. È proprio Ischia. Secondo
me non è un'isola (ndr. Ride).
Parliamo - come promesso - di teatro. Il suo ultimo spettacolo è una
rivisitazione del "Sogno di una notte di mezza estate" di Shakespeare,
risognato, stavolta, da "un malizioso Puck". Che differenze ci sono
tra il suo personaggio ed il 'simpatico folletto' tradizionale?
Intanto la differenza è di una settantina d'anni, sessanta, non lo so
cinquanta sicuramente. Ho fatto tre volte il sogno quand'ero ragazzo e fino
ad ora avevo sempre fatto Lisandro. Questa volta, invece, ho voluto fare un
vecchio Puck, che fa Puck da quattro secoli e si è stufato di fare il
solito Puck, un folletto non così bonario come spesso le interpretazioni
italiane fanno intendere, ma un "goodfellow", bizzarro, che fa i dispetti,
e non solo. Sono partito dall'idea del teatro come celebrazione del sogno, pigiando
molto sul tasto del suo aspetto erotico (in fondo Titania, regina delle fate,
se la intende con un asino che è risaputo essere molto dotato), così
in una notte di luna nuova, in una specie di labirinto, ognuno può scegliersi
la maschera che vuole, o rivelare la parte più nascosta di sé.
Alla fine è venuto fuori un musical, le musiche di Marco Di Gennaro occupano
il 50% dello spettacolo, con Serena Autieri che interpreta Titania, Giampiero
Ingrassia che fa Oberon ed Enrico Brignano che è Nico Targa. Ed io sono
Puck, che viaggia su una luna mobile. Certo non è uno spettacolo perfetto
però io amo l'imperfezione, quando c'è la voglia di fare qualcosa
che non stia nei termini di ciò che si conosce, che non rientri negli
schemi. Sto pensando di rifare questo sogno, magari l'anno prossimo, rivisitato
da attori giovanissimi.
Lei è tra quelli che i sogni li ricorda o tra quelli che dicono di
non sognare mai?
Dico di non sognare mai ma non è vero perché so che si sogna comunque.
Qualche volta, ad esempio se mi sveglio presto la mattina e poi mi riaddormento,
ho l'impressione che qualcosa mi è successo, quindi è chiaro che
non ricordo i sogni. Però credo nella loro importanza. Il sogno conta
e forse conta anche non ricordarli. Tuttavia, mi capita di avere delle continue
visioni da sveglio, non sono mai serene, ma sempre catastrofi che capitano a
delle persone care, per cui penso che siano degli esorcismi, che queste cose
non accadranno, perché le ho già fatte accadere.
Ricorda ancora la sua prima volta sul palcoscenico?
Mi ricordo un senso di potere e di libertà che ho ancora. La prima volta
ho recitato a Settignano (ndr. Frazione del Comune di Firenze), dove sono andato
perché mi aveva invitato una ragazza molto bella, più grande di
me (lei era all'università, io facevo il ginnasio) e lì ho fatto
"L'allegro principe" di Athos Ori, e mi sono sentito arbitro di una
situazione. Dipende da te se respiri o non respiri, se fai una pausa, se guardi
da una parte o dall'altra. Hai l'impressione che tutto si orienti verso le cose
che stai facendo, quindi è una sensazione molto eccitante, ha a che fare
proprio con l'eros, sicuramente.
Poi la prima parte importante con Luchino Visconti
Poi c'è stata l'esperienza del circolo del teatro di Firenze dove c'erano
i professionisti, attori o registi dell'Accademia dell'Arte Drammatica di Roma,
e l'unico dilettante ero io. Una sera, Visconti è venuto a vedere uno
spettacolo e
. ho fatto il Troilo (ndr. La commedia "Troilo e Cressida"
di Shakespeare), una piccola parte, il servo di Cressida, una lunga battuta
e basta, però è stato il debutto
Da lì, e anche prima di arrivare lì, il successo è stato
immediato e abbastanza clamoroso. È stato tutto molto rapido, non ricordo
di aver fatto la gavetta.
Quindi il successo ha scelto la strada che doveva seguire
Sì. Io volevo fare architettura, disegnavo e scrivevo. A Natale esce
per Mondadori un libro di 190 poesie. Si intitola: "Al sorriso di Pia".
Insieme a Daro Fo ha portato la "Storia del Teatro" in tv, la prima
volta nel 2004, la seconda quest'anno. Lei lo ha definito "un gioco non
finito, perché mancano ancora le parti dedicate all'800 e al '900"
Infatti, ci sarà un terzo capitolo. Ci vediamo fra un po' a Roma con
i responsabili della rete, per registrare il programma.
Come nasce l'idea di questo viaggio virtuale e reale alla riscoperta delle
radici del teatro?
L'idea mi pare sia partita ad un certo punto da me che mi chiesi perché
non raccontare il teatro in Italia, perché le persone non lo sanno cos'è.
In un primo tempo dovevo essere affiancato da una ragazza, poi alla fine mi
sono ritrovato con Dario, due mostri del teatro italiano che con l'aria di raccontarlo
lo fanno. Non è un programma pedante, scolastico. Certi momenti sono
abbastanza riusciti, Dario ed io, poi, siamo il diavolo e l'acqua santa. In
realtà non si sa chi è il diavolo, secondo me sono io.
Cosa rende il vostro sodalizio così forte?
L'idea che il teatro non sia la pagina scritta, ma una traslazione della pagina,
tutta rivisitata. Questo ci unisce. Finché non ne abbiamo parlato io
e Carmelo Bene, in Italia si pensava che il teatro fosse letteratura. Invece
è un'altra cosa, una segnaletica misteriosa, cabalistica, segni che assumono
valore nella fonazione o anche nel silenzio
parlo del vero teatro che
non è facile vedere, normalmente si assiste all'illustrazione di una
pagina scritta.
Chi fa, allora, il 'vero teatro', a parte lei e Fo?
Qualche gruppo c'è o qualche volta scappa a qualcuno di farlo. Per esempio,
quello che fa Ranieri nel suo spettacolo è teatro secondo me. Il teatro
è sempre rivoluzione, è cambio di persona, è trucco, inganno,
è stupro. Una serata uguale all'altra non è pensabile, non è
possibile In certe cose lo ha fatto Carmelo (ndr. Bene). Le avanguardie hanno
fatto qualcosa attorno.
C'è qualcosa che non è riuscito ancora a raccontare attraverso
l'arte?
Sì, e scriverò un libro su ciò che non ho fatto
Cos'è che non ha fatto?
Le cose più belle, e spesso non le ho fatte perché non me le hanno
fatte fare. Una ad esempio: quando dirigevo "Taormina Arte", andando
sull'Etna scoprii che a metà c'è un cratere spento che sembra
un anfiteatro, c'è un buco laggiù in fondo che sembra portare
al centro della terra. Mi è venuta l'idea di fare Dante, in tre lingue
diverse con tre attori e tre cantanti. La gente sarebbe arrivata lì,
da questo buco sarebbero uscite delle fiamme. La Rai ritenne che non era fattibile,
per i costi. Quello, secondo me, sarebbe stato un grande spettacolo, un'idea
che mi vene almeno cinque, sei anni prima del Dante di Benigni.
Cose belle ed importanti ne ha fatte però.
"Le memorie di Adriano" è una di queste. "L'Amleto"
a Londra, nel quadricentenario della nascita di Shakespeare. Ce n'erano cinque,
provenienti da tutto il mondo e il teatro nazionale inglese scelse quello mio,
diretto da Zeffirelli. I critici scrissero: "Correte londinesi, un Amleto
così si vede ogni 80 anni".
Nell'ultimo film "La rabbia" di Louis Nero, in cui interpreta il
ruolo di un produttore, si affronta la crisi del sistema cinematografico italiano.
Secondo lei, conviene abbandonare il mondo del cinema e dedicarsi alle rapine,
come suggerisce ironicamente il film, o si può ancora campare con l'arte?
È difficile estrapolare l'arte dalla corruzione del mondo, come ormai
è impossibile non subire l'andare e venire del mercato nelle cose che
si fanno. Anche se non so se si può proprio parlare di corruzione. In
fondo, anche nella vita è impossibile che il mondo resti immobile, fermo
ad un concetto di bello che forse va rivisitato.
Pensa mai di tornare a dirigere un film (dopo "Gradiva" e "Gli
angeli del potere")?
Mi piacerebbe molto. Mi sono occupato spesso del protocristianesimo, pur essendo
un laico spinto. Negli anni '70 ho scritto "Pilato sempre", rappresentato
anche in America, sul Gesù storico. Poi ho scritto "The Passion
Play", che non è stato fatto e "Verso Damasco" sul tema
della Resurrezione, per Zurlini che poi è morto. Vorrei realizzare un
film su questo o su un aspetto della mia vita un po' adombrato in una mia autobiografia,
"Un perdente di successo". Nel dopoguerra, stavo ad Ancona per ragioni
politiche e insieme ad un mio amico, un esponente anarchico, ci venne l'idea
di fondare una compagnia teatrale. Ci servivano, però, i soldi. Il mio
amico, grande giocatore di poker, decise di trovare cinque gonzi da pelare.
Io, invece, non sapevo come avrei potuto recuperarli. C'era un tizio che aveva
tutti i materiali che gli americani riversavano nel nostro Paese, pasta, riso,
ma anche pellicce. Decisi di andarle a vendere nelle case di tolleranza cominciando
a frequentarle, vestendo le ragazze. Alla fine riuscimmo a metter su una compagnia
che poi fallì miseramente. Su questo vorrei fare un film. Bisogna trovare
un Albertazzi giovane.
Com'era Albertazzi da giovane?
Proprio oggi, ad una ragazza inglese dicevo: "I was a glam boy". Ero
molto carino, una birba, come dicono a Firenze.
E com'è Albertazzi oggi?
Oggi? Uguale!
Di lei dicono che è un eterno seduttore. Lo si nasce o lo si diventa,
secondo lei?
Sedurre è una cosa innata, perché non è che il seduttore
vuole sedurre, anzi spesso chi ci prova non ci riesce. Il seduttore lo è
malgrado tutto.
Come conquista le donne?
Non le conquisto, sono conquistato sempre. Forse in questo essere conquistato
c'è un dato di fondo, un mio trasporto nei confronti della femminilità.
Preferisco parlare con una donna che con un uomo, i maschi sono così
noiosi, salvo rare eccezioni. Secondo me io non seduco, le poche volte che ho
provato a sedurre sono stato completamente disatteso, non mi hanno filato per
niente.
Parliamo di donne allora
Le donne sono estremamente intelligenti, hanno una sola debolezza. Sono sensibili
al potere e al fascino del bel tenebroso, che vogliono salvare. A parte questo,
sono stupende, inconsapevolmente crudeli. In fondo esiste la 'femme fatale',
ma non credo che ci siano 'homme fatale'. La femminilità è inafferrabile.
Le donne sono come i cavalli ed io amo entrambi, infatti colleziono cavalli.
Sono animali molto misteriosi, fieri, armoniosi. E non è vero che si
sottomettono. Se non ti vogliono ti sbattono contro la parete quando meno te
lo aspetti.
Com'è sposarsi ad 80 anni?
Non so, non l'ho ancora capito.
Le ammiratrici cosa le dicono?
Mi dicono continuamente che sono bello, io questa cosa non la capisco. C'è
una ragazza di diciotto anni che mi scrive certe cose imbarazzanti. Ho notato
che più si va in là con gli anni più le ammiratrici diventano
giovani.
Qual è il segreto di una carriera così lunga?
Il talento.
Da solo basta, secondo lei?
Forse no. Non so da che dipende una carriera così lunga. Il talento certamente
conta, conta forse il fatto che c'è qualcosa dentro di te che non invecchia.
C'è qualcosa, non voglio dire spirito perché è banale dirlo,
c'è qualcosa
Per me è la bellezza. Se dovessi dire perché
sono così, è perché la bellezza mi attrae. Dovendo lasciare
il mondo - come accadrà - succede a tutti non vorrei esser l'eccezione,
la cosa che più mi dispiace lasciare è la bellezza, soprattutto
quella femminile, in cui si racchiude e si sintetizza quella del mondo e della
natura.
D'un tratto, i suoi occhi sono rapiti da una graziosa fanciulla, di passaggio
nella nostra orbita, che sembra quasi fargli perdere la parola, e la memoria.
L'eterno, inconsapevole, seduttore non si lascia mai sfuggire l'occasione di
farsi conquistare. Sotto l'attento sguardo del vigile maestro, ogni donna diventa
un mondo da scoprire, una figura da ridisegnare. Una birba resta una birba sempre.
L'età è un dettaglio che non le appartiene.
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